Sheep Hero

C’è da essere grati a IndieCinema: nei primissimi mesi della sua esistenza la coraggiosa e innovatissima piattaforma on line ha messo in mostra ottime potenzialità, rendendo fruibile al pubblico un’ottima selezione di piccole produzioni sia italiane che straniere, sia di genere che di marca più prettamente autoriale, sia di finzione che di matrice documentaria.
E proprio tra i documentari abbiamo pescato finora alcuni dei lavori più belli. Dai primi di maggio, ad esempio, è visibile su Indiecinema l’appassionante documentario realizzato nel 2019 dal film-maker olandese Ton van Zantvoort, Sheep Hero, che tanti consensi ha raccolto al prestigioso festival elvetico Visions du Réel e in diverse altre rassegne internazionali. Dopo averlo visto, si può ben capire il perché di tutto questo entusiasmo.

La parabola del “buon pastore”

Sostenuto da una fotografia a dir poco strepitosa, Sheep Hero pone al centro della scena una lotta incessante per non soccombere e qualsivoglia altro aspetto, gradevole o meno, abbia caratterizzato in questi anni la vita di Stjn e della sua famiglia: ovvero un combattivo nucleo di pastori alle prese, in Olanda, con istituzioni sempre più insensibili ai bisogni reali della gente comune e in particolare dei piccoli produttori, schiacciati anche dai meschini interessi dei più forti conglomerati economici attivi nel loro campo. La classica lotta di Davide contro Golia. Ma senza lieto fine, il più delle volte.
Lo splendido lavoro documentario di Ton van Zantvoort è pertanto un tassello della più ampia ricerca portata avanti, negli ultimi tempi, da svariati cineasti, tutti orientati a far emergere il volto poco commendevole di una globalizzazione che, specie nel settore agrario, schiaccia regolarmente le realtà più piccole e vulnerabili per avvantaggiare invece le grosse multinazionali. Tale ricerca, ribaltando opportunamente tale punto di vista, ha perciò il merito di dar voce a quel mondo sano, tradizionale, che una modernità plutocratica e priva di freni ambisce senza troppi complimenti a stritolare.

Il “dark side” delle istituzioni europee e della politica neoliberista

IndieCinema e la forza dei documentari.

L’antica arte della pastorizia è spesso al centro di un cinema così concepito. Basti pensare, per restare sul suolo italico, a un film bellissimo come L’ultimo pastore, girato nel 2012 da Marco Bonfanti. Altro titolo decisamente interessante, sebbene non altrettanto compatto a livello formale, è The Lonely Battle of Thomas Reid dell’irlandese Feargal Ward, che pure nel 2017 provò a descrivere una storia di espropriazione dai risvolti angoscianti, in grado di indignare chiunque. Possiamo tentare di riassumerla in poche righe: il protagonista Thomas Reid abitava solo soletto nella sua casa tricentenaria, facendo l’agricoltore, circondato da mucche e polli, prima che una nota multinazionale produttrice di microchip scegliesse, per espandersi, proprio la sua terra. L’IDA (l’agenzia irlandese per la promozione degli investimenti interni) intentò una causa per costringere il riluttante Thomas a cedere casa e terreni a quella cinica società, la Intel, forte anche dell’appoggio di un governo irlandese desideroso di ottenere vantaggi economici a breve termine. Ma la resistenza del signor Reid a un’idea di “progresso” impersonale che non guarda in faccia a nessuno fu qualcosa di strepitoso…
Altrettanto fiere e dignitose, in Sheep Hero, le figure di Stijn e della moglie Anna, in lotta col gregge sapientemente guidato dai loro cani contro le pastoie di una burocrazia quanto mai odiosa, contro il brutale impatto di un capitalismo sempre più selvaggio, contro un tessuto antropologico che ha smesso da tempo di essere solidale. Il loro “piccolo mondo antico” è un qualcosa che va inesorabilmente sparendo. E vedere una società olandese così gretta e priva dei più elementari meccanismi di solidarietà e paracaduti sociali, ancor più adesso che l’emergenza Coronavirus sta facendo emergere tutto il peggio delle politiche economiche dell’Unione Europea, per via dell’atteggiamento vile e speculativo rivelato proprio da certi paesi, dà molto da pensare. Così come lascia parecchio su cui riflettere quell’epilogo mesto, che, senza svelarvi altro sul destino dei protagonisti, non potrà che fomentare una certa rabbia nel pubblico più sensibile a certe tematiche.

Stefano Coccia, Taxi drivers

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