Tra documentario e mito: il cinema di Manuela Morgaine

Manuela Morgaine

In concomitanza con il premio ex aequo al miglior lungometraggio riportato all’edizione 2016 dell’On the Road Film Festival del cineclub Detour di Roma, pubblichiamo la conversazione realizzata con Manuela Morgaine nel 2015 in occasione del passaggio allo stesso festival di Foudre, in collaborazione con Artdigiland. Film “monstre” di 4 ore, Foudre esplora in maniera profonda e poetica le mitologie e i fenomeni legati al fulmine, collegandoli all’energia umana, all’amore, all’eros, alla melancolia, alla guarigione, alla danza. 

Intervista di Silvia Tarquini, in collaborazione con Alessandro Poggiani

Prima di Foudre facevi teatro, letteratura, ti occupavi di arti visive…

Ho fatto la scrittrice per tanti anni, ho diretto o una compagnia di teatro, che ho ancora, si chiama Envers Compagnie, con la quale faccio performances. Ora sono anche artista visiva, lavoro spesso alla radio, e con France Culture, quindi ho sempre lavorato con i testi, la voce, l’immagine, la lingua, anche la scultura, che è molto importante per me. Forse Foudre viene anche dal tentativo di mettere insieme tutte queste forme, dalla combinazione di tutte queste arti che, secondo me, parlavano in un modo troppo chiuso. Cercavo una forma di arte totale, nel senso wagneriano. Nel cinema puoi mettere musica, puoi fare Opera, puoi fare Teatro, puoi scrivere, puoi lavorare sull’immagine, sulla performance, puoi fare tutto. Anche la radio… tutta la banda sonora di Foudre è stata realizzata alla radio, dove avevo amici e quindi ho potuto registrare in modo professionale perché non avevo avuto i mezzi per portare sul set un tecnico del suono. Sui set non c’era nessuno a parte me e la mia macchina da presa, ho rifatto tutto il suono alla radio in un secondo momento. In Foudre ci sono tutti i mezzi con cui avevo lavorato negli anni precedenti.

Di fatto come ti sei avvicinata al cinema? Hai fatto delle prove, dei tentativi? 

Ho fatto nove film. Il primo partiva da un testo di Marcel Schwob, un autore francese non molto conosciuto. Era un film 16mm in bianco e nero, del 1994, quando ero borsista a Villa Medici, un poema cinematografico. Poi ho fatto Va, un omaggio alla fuga di Casanova dalla prigione dei Piombi, un ambizioso film di 22’: una parte muta e una parte eseguita in diretta, una performance, con un rumorista davanti al pubblico. Era un cine­performance, sia cinema sia performance. Poi ho fatto A l’Ouest – On the Wild Side, un viaggio nell’Ovest degli Stati Uniti, un documentario molto classico su quattro artisti visivi americani. Poi un documentario molto lungo ‒ di 94’ ‒ che in francese si intitola Si une hirondelle ne fait pas le printemps, laquelle?, frase di Michel Foucault. È un film sugli oracoli, perché sto lavorando da più di dodici anni, basato su una mia performance che si chiama Orakl. Sono andata in tutti i luoghi oracolari del Mediterraneo ‒ Cuma in Italia, Didyma in Turchia, Delphi in Grecia ‒ e ho fatto anche una ricerca sul perché nel mondo siano stati scelti questi posti per fare gli oracoli.

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