Le serie tv in streaming, cinema d’autore?

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Le moderne serie TV dei colossi dello streaming sono considerate ormai da qualche anno all’altezza del grande cinema d’essai da un pubblico sempre più vasto, fatto in maggior parte di giovani e giovanissimi. Quanto c’è di vero?

Dopo aver visionato (a fatica) alcune serie tv cult come Breaking Bad, Black mirror, Suburra e molte altre, ho maturato una certezza: le serie tv in streaming sono prodotti, come dice il nome, televisivi e poco o nulla hanno da spartire con il cinema d’autore. Sono prodotti ben confezionati, a volte bel recitati dagli interpreti, a volte splendidamente fotografati, ma mediocri da molti altri punti di vista.

Basterebbe soffermarsi solo su uno di questi punti, il meccanismo di scrittura seriale, ripetitivo e basato su schemi facilmente codificabili per tenere agganciato il pubblico su un periodo più lungo, per chiudere il discorso.

La scrittura e il racconto di un film d’essai riuscito trova la sua massima potenza proprio quando è capace di esprimere in un tempo limitato, non seriale, una serie di caratteri e di storie che hanno nel dono della sintesi la loro profonda verità. Non si possono esprimere verità in serie. La verità è sempre coincisa e sintetica, e fulmina chi la guarda direttamente in faccia.

Le serie tv in streaming proposte dai colossi americani sono l’equivalente “moderno” dei telefilm della Fininvest degli anni novanta, l’evoluzione di Dallas e di Beautiful. Sono insomma prodotti televisivi per passare una serata senza impegno, ma che non attraggono l’attenzione di chi ha amato i film dei grandi Autori del cinema, di chi è interessato al cinema come forma d’arte e di linguaggio d’avanguardia, sempre in trasformazione.

E’ quello che hanno provato a promuovere tutti i movimenti cinematografici di questo secolo, dalla Nouvelle Vague al Free cinema, ma a quanto pare la maggior parte del pubblico rimane sempre succube di mode passeggere e di prodotti di facile consumo, creati da chi dispone di gigantesche risorse pubblicitarie e di potere mediatico. Di queste mode, oggi, non rimane nulla, a parte la nascita delle nuove.

L’operazione discutibile non è realizzare e proporre le serie tv in streaming ad un certo pubblico, ma, con l’ausilio di alcuni degli stessi autori cinematografici in attività, di enormi budget pubblicitari e di uno strampalato linguaggio pubblicizzato come “moderno”, imporsi all’attenzione del pubblico di massa come il nuovo cinema d’autore. Un pubblico a cui non è mai stata la possibilità di conoscere a fondo e considerare il cinema come un’arte estremante seria, al pari della pittura o della letteratura.

Ma con Breaking Bad, Black mirror, e altra roba del genere non c’è la faranno mai, almeno che la serie non si chiami Twin Peaks e il regista sia David Linch. È un progetto troppo a breve termine, pensato solo per incassare i milioni e creare mode passeggere. Questo tipo di progetti hanno vita breve, mentre chi ci crede davvero in una forma espressiva non ha limiti temporali.


Le nuove serie dei colossi americani dello streaming sono l’equivalente del “finto” cinema d’autore italiano degli ultimi 40 anni che ha messo in fuga il pubblico dalle sale. Non sono altro che un saccheggiamento di grandi film della storia del cinema, manipolati e degradati ad un linguaggio più semplice e stereotipato che così presentati possono avere la possibilità di arrivare al più vasto pubblico possibile, anche a chi non ha mai visto un film d’autore ma solo telegiornali e fiction Rai. Le serie tv più oneste sono quelle che si presentano per quello che sono senza travestimenti: una fiction trasmessa in streaming piuttosto che sulla Rai.

L’obiettivo è semplicemente fare più soldi possibile senza alcuno stile originale e nessuna vera importante motivazione personale: guardando i primi minuti si capisce benissimo che i registi e gli autori lavorano in modo “professionale” ma non credono davvero alla storia che stanno raccontando, si tratta più che altro di dare una resa estetica, una prestazione tecnica, attoriale, fotografica di buon livello.

È una furba rivendita commerciale su scala globale di frammenti adattati di opere, autori e menti illuminate ad un pubblico globalizzato da decenni che le ignora e non le ha mai conosciute. La scuola non ha mai avuto il coraggio di istituire corsi di cinema nei licei, le università sono dei musei che puzzano di muffa abitati da professori che sembrano usciti dal museo delle cere o dal sarcofago di una piramide.

Il pubblico ignora la Storia del cinema che ha lasciato il segno, i film d’autore e i film indipendenti che rendono vivo lo scenario contemporaneo, anche perché queste opere spesso sono introvabili. Provate a cercare un nome come Chaplin, Bergman o Fellini, o qualunque altro grande regista che sia un pezzo della storia del cinema su Netflix e vedrete i risultati: il nulla assoluto.

Per fortuna ci sono realtà come Mubi che provano a proporre, seppure in maniera piuttosto limitata, i film che vale la pena di guardare, il cinema per chi ama il cinema e non guarda i film d’autore solo per dimostrare agli amici che è un “intellettuale” e far parte del mondo “radical chic”, ma che si diverte davvero a scoprire le molteplici forme di quest’arte.

Molte persone pensano che le serie siano la fonte originale delle invenzioni di cui vengono infarcite. Eppure basta uno sguardo più attento per vedere la piattezza registica, la puzza di finto, l’impersonalità narrativa che hanno in comune, che sembra creata da un unico algoritmo. Ma in futuro potrebbero essere capaci di inventare un algoritmo che faccia anche da pubblico.

La vera cinefilia brucia sotto la cenere? Un folto gruppo di autori indipendenti, che anziché fare gli impiegati dell’Industria della serie in streaming hanno deciso di seguire liberi percorsi di ricerca artistica, potrebbero essere la risposta per un nuovo e indipendente cinema d’essai contemporaneo.

Fabio del Greco

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