Il cinefilo (l’uomo) nell’era di Facebook

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Il cinefilo, ma più in generale l’uomo, nell’era di Facebook, è un avatar senza volto né voce, un esperto di tutto che non sa niente e può prendere parte a qualsiasi gruppo o discussione a sua discrezione. Finalmente può far sentire la sua voce e non subire passivamente il dibattito televisivo.

Moderatori, filtri e gruppi privati sono solo uno specchietto per le allodole. I social sembrano affermare con forza che non esistono maestri e discepoli, esperti e studenti, professionisti e dilettanti, cinefili e semplici spettatori. Ma che siamo tutti “democraticamente” uguali. Che possiamo diventare un’unica, informe, Coscienza Universale.

I propositi erano buoni ma il risultato concreto è un ronzio assordante, un rumore di sottofondo senza senso al cui confronto l’orda dello stadio pieno la domenica è semplicemente una barzelletta. All’inizio il fenomeno social sembrava promettente e pieno di potenzialità.

Poi si è evoluto e si è rivelato per quello che è: dagli scandali per la privacy, dall’iniziale entusiasmo per le potenzialità di marketing e comunicazione fino a diventare una gigantesca macchina di stoccaggio di dati e annunci pubblicitari, capace di condizionare interi stati e di dare in cambio poco e nulla.

Facebook e gli altri social mainstream hanno costruito la loro fortuna nell’epoca della solitudine dell’uomo medio americano delle grandi metropoli, per poi diventare un fenomeno mondiale a cui le persone affidano con fiducia contatti, relazioni, eventi di vita, interessi, emozioni, album fotografici. La parte più intima della loro esistenza terrena.

Insomma, l’intera vita di milioni di persone è stata “appaltata” da Facebook, secondo delle logiche di libertà di iniziativa con le quali si arriva ad un paradosso più estremo del finale di Interstellar: c’è chi può avere i dati di tutta la popolazione mondiale, saperne di più su di loro e i loro interessi più di quanto non ne sappiamo loro stessi, ma non è possibile contattare alcun ufficio o “dipartimento interno” di queste organizzazioni per avere delucidazioni su certi argomenti. Se pensate che stia esagerando provate in prima persona ad avere questi contatti: dietro un servizio clienti di facciata, che ha le stesse competenze di un utente medio, troverete il buio.

Questi dati, trasformati in miliardi di dollari, danno alle imprese e alle persone l’impressione di straordinarie campagne pubblicitarie e facoltà comunicative facendo leva su alcune debolezze psicologiche potentissime conosciute da qualche millennio. Il branding, la fama, il prestigio, l’affermazione di esistere è più potente dell’interesse per il denaro.

La dinamica cinefila è questa: un cinefilo appassionato e di buone intenzioni crea un gruppo di nicchia, ad esempio di cinema sperimentale anni ’70. Il principio su cui questi social crescono e guadagnano denaro è proprio quello di aggregare e tenere le persone sulla piattaforma per mostrare le inserzioni pubblicitarie ogni 3/4 post in scorrimento.

Chiunque si sente un “cinefilo” può iscriversi ad un gruppo, dire la sua, anche se c’è l’illusione di amministrare, moderare, limitare l’accesso da parte dei creatori delle pagine. Proprio come chiunque si sente un politico può iniziare a fare campagne elettorali in qualche gruppo di politica.

Con il tempo le persone aumentano, i partecipanti diventano migliaia, sembra il successo del volenteroso creatore del gruppo o della pagina, ma il risultato sarà solo uno: una folla di persone sempre più incapace di comprendere le sfumature di qualsivoglia argomento o proposta, con un enorme ronzio di fondo.

Un coro da stadio, una massa sempre più omologata che ha l’apparenza di comunicare ma non scrive né legge, non parla né ascolta. L’obiettivo non è parlare di un argomento specifico ma mostrare le inserzioni a più gente possibile.

Se non accetti tali criteri questi “organismi digitali”, semplicemente ti espellono come si fa con i rifiuti. Qualsiasi progetto, gruppo, pagina, o sessione sociale digitale finisce, usando una colorita espressione italica, a “tarallucci e vino”.

E’ la cultura di massa all’ennesima potenza, dove la folla ha sempre più successo della piccola comunità che cerca di tenere il filo di un discorso. Il discorso sensato e costruttivo non interessa ai padroni delle piattaforme, è pericoloso per il monopolio, mentre la folla, la massa che si accalca e sbraita senza criterio per dire la sua su ogni genere di argomento, è il terreno ideale per mostrare gli annunci.

Le grandi organizzazioni che puntano al monopolio dei propri settori trovano nei social l’alleato ideale, per annientare il libero pensiero e la cultura indipendente. Per dirottare l’attenzione sui loro brand e sui loro prodotti. Mentre le piccole aziende si accontenteranno semplicemente del fatto che qualcuno parli finalmente di loro.

Annunci che verranno recepiti poco o nulla dai consumatori e frutteranno briciole alle imprese, ma questo poco importa: la fame di interazione sociale, ormai sempre più rara nella realtà, è stata soddisfatta, e le grandi multinazionali sono le uniche a trarne profitto.

Il loro goal è: tutti a casa, su Facebook, e con la carta di credito in mano. Il cinefilo social che dice la sua sui film è uguale a qualsiasi altro uomo o donna che reclama il suo diritto di opinione su qualunque tipo di argomento.

Nel gruppo “cinefilo” di Facebook, grazie alla dinamica dell’aggregazione indiscriminata, non si potrà mai parlare sul serio di cinema indipendente. Si finisce sempre per parlare di quello che lo show business del presente vuole far credere di valore e vendere.

Se mangi tutti i giorni pane e polenta per decenni finirai col credere che sia caviale e ostriche. Ma per capire davvero il valore delle cose (e dei film) bisogna attendere decenni perché si rivelino: a quel punto gli interessi di guadagno degli speculatori saranno ridotti e la cosa si incomincerà a presentare per quella che è davvero.

Un danno resterà comunque, perché se se n’è parlato al suo tempo allora anche la storicizzazione verrà influenzata. Ma più il tempo si allunga più rimane solo il valore reale. Ci sono migliaia di artisti che 50 anni fa hanno vinto premi e allori, erano considerati dei geni, ma pare che oggi nessuno abbia mai sentito il loro nome. Mi piace pensare che nel giro di qualche anno le famigerate serie di Netflix che volevano sostituire il cinema di qualità saranno solo un ricordo.

Neanche il Pasolini più malinconico in una grigia giornata sulle dune di Sabaudia avrebbe potuto immaginare un’omologazione di massa di queste proporzioni, un omologazione che si potrebbe riassumere così: i social sono la Coscienza Universale privatizzata e monopolizzata dalle grandi aziende a scopo di lucro. Le piccole non sono ammesse alla gara. Non riesco ad immaginare un conflitto di interessi più fantascientifico.

Fabio Del Greco

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